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L'abolizione dei ruoli aperti

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ID

2_GIUS_19230204_1_0

Autore

Giacomo Matteotti

Titolo

L'abolizione dei ruoli aperti

Data di pubblicazione

4 febbraio 1923

Pubblicazione

La Giustizia. Quotidiano del Partito Socialista Unitario Italiano

Pagine

1

Fonte

Biblioteca Nazionale Braidense - Milano

Testo

Il Governo ha dichiarato di abolire i ruoli aperti per gli impiegati e di ritornare ai ruoli chiusi.
La dichiarazione ha un valore assai relativo, perché non oggi eravamo in re¬gime perfetto di ruoli aperti, né ieri né domani ebbimo o avremo ruoli perfetta¬mente chiusi. È probabilmente una di-chiarazione generica per coloro che non sanno quale sia l’essenza e quali gli ac¬cidenti dell’uno e dell’altro sistema. È la dichiarazione di coloro che, tanto per fa¬re, con estrema leggerezza e improvvisa¬zione, disfano quello che ieri è stato fat¬to, senza accorgersi che i maggiori dan¬ni al buon rendimento della Amministra¬zione sono venuti non tanto da questo o quel sistema, quando dai continui muta¬menti di sistemi e di organici, e dalle con¬tinue incertezze e aspettative del domani.
In ogni mutamento le spese di solito si accrescono, perché nessuno retrocede dai diritti acquisiti, altri avanzano. E nel tramestio sono più di solito le scorie, gli arrivisti che sanno riuscire all’arrembag¬gio del nuovo posto migliore, mentre i migliori e più modesti rimangono sacri¬ficati nell’ombra.
Ma appunto per ciò il mutamento è voluto per facilitare al Governo quello scopo che esso si propone, cioè non tanto di migliorare l’Amministrazione, quanto di fascistizzarla; non tanto di diminuirne il numero degli impiegati, quanto di eli¬minarne ad arbitrio, senza garanzie le¬gali e senza limiti oggettivi (vedi art. 2, 3, 4, 5 e 8 del Decreto) i meno graditi, per assumerne di nuovi (vedi le nuove am¬missioni di personale nelle ferrovie, i 22 viceprefetti, i nuovi prefetti, la nuova guardia, ecc.).
Non vi è quindi luogo a valutazione economica o finanziaria del provvedimen¬to governativo, perché si tratta invece dell’attuazione di una volontà e di fini meramente politici e dispotici; contro i quali sarebbe anche vana una opposizio¬ne, se questa sarebbe non discussa, ma — come dice il Presidente del Consiglio — inesorabilmente schiacciata.
Perciò, a puro scopo di studio, come sempre fu fatto in tempi analoghi ai no¬stri, noi discuteremo invece... con Luigi Luzzatti che dei ruoli chiusi si è rifatto sostenitore.
Se fosse vero quel che l'on. Luzzatti af¬ferma, che con i ruoli chiusi (cioè con le promozioni e gli aumenti di stipendio su¬bordinati alle vacanze che si verificano nei posti superiori, per morte, colloca-menti a riposo o altre promozioni o ri¬mozioni) si compensa il merito e il la¬voro, si contiene la spesa in giusti limiti, si evitano i favoritismi; mentre con i ruo¬li aperti (cioè con la possibilità di aumen¬tare lo stipendio pure restando nello stesso grado o posto) si progredisce sen¬za far nulla, si creano sperequazioni, sperperi, ecc. — noi sottoscriveremmo senz’altro alla sua sentenza.
In realtà però il giudizio dell’on. Luzzatti scambia l’accidentale con il sostan¬ziale dei due sistemi. L'Austria imperia¬le e la Germania avevano ruoli aperti, e non soffrivano di quei mali così gravi di cui invece soffriva l’Amministrazione ita¬liana rimasta a ruoli quasi chiusi fino alla fine del 1919. L’amministrazione po¬stelegrafica era a ruoli quasi aperti an¬che avanti la guerra, e pure dava allo Stato un discreto profitto.
All’abolizione dei ruoli chiusi si addi¬venne proprio per togliere di mezzo la spinta all'industria degli organici, che vi era essenzialmente connessa, cioè la crea¬zione di sempre nuovi posti superiori, nella quale soltanto gli impiegati pone¬vano la speranza di un miglioramento delle loro condizioni. I ruoli aperti dove¬vano eliminare tali inconvenienti, i con¬seguenti favoritismi, ecc.; e se non vi so¬no riusciti del tutto, ciò dipende esclusi¬vamente dalla imperfezione del sistema adottato, e dalla brevità dell’esperimento, nel quale quindi parve prendere soprav¬vento sul definitivo l’elemento accidenta¬le del mutamento (che, come abbiamo detto, è sempre costoso e dannoso, anche quando è fatto in meglio) e del tempo, in quanto si trattava di passare dallo stato di guerra a quello di pace, e di contempe¬rare le esigenze degli impiegati reduci di guerra e degli avventizi assunti nel tem¬po di guerra.
Nei ruoli chiusi l’impiegato, per mi¬gliorare la sua condizione, deve contare quasi esclusivamente sulla morte del su¬periore o sulla creazione di nuovi posti superiori.
Coi ruoli aperti si vuole assicurare al¬l’impiegato un progresso economico di carriera, corrispondente al progredire dei bisogni della famiglia, senza bisogno di passare a posti superiori, o anche rima¬nendo in quello inferiore dove l’impiegato ha già acquistato maggior perizia.
Importa forse questo e necessariamente che l’aumento di stipendio si verifichi automaticamente, senza alcuno sforzo dell’impiegato, per la semplice anzianità? No, affatto. Automatico era per caso negli ordinamenti approvati da tutti gli ultimi Governi borghesi; ma anche nelle ultime proposte della minoranza socialista, per la riforma della burocrazia, ab¬biamo costantemente richiesto, come con-dizione per la concessione degli aumenti periodici, l’accertamento positivo del buon rendimento e della attività costante dell’impiegato, e a un certo punto anzi ancora la prova di una maggior capacità acquisita nella esperienza della funzione.
Così da una parte sarebbe garantito all’impiegato il progresso economico, dall’altra per quello stesso mezzo l’Ammini¬strazione si garantirebbe l’attività degli impiegati, senza la dimostrazione della quale non si conseguirebbero gli aumenti.
Niente automatismo quindi, niente iner¬zia e tanto meno favoritismo. Il favoriti¬smo e l’inerzia sono facili in un’ammi¬nistrazione chiusa che continua, come l'i¬taliana, a tenere una classifica manifesta degli impiegati, e una segreta magari op¬posta alla prima; sono facili in un ordi¬namento dove il progresso dell’impiegato è subordinato non al merito e al lavoro, ma all’eventualità del posto nuovo o va¬cante e alla servilità verso il segreto clas¬sificatore; sono facili dove ancora non è sancito il principio della responsabilità, soffocato dalla gerarchia passacarte, che trova i suoi ultimi anelli nell'inframmettenza del ministro, del sottosegretario e dei gabinettisti. Non sono facili in un ve¬ro sistema a ruoli aperti, col controllo aperto delle classifiche, colla responsabi¬lità, con gli esami per il passaggio di grado, e il rendimento come condizione per gli aumenti, e la partecipazione effi¬ciente della collettività impiegati all’or¬dinamento e alla disciplina dei servizi.
Questo insegnano il faticoso studio, l’e¬sperienza e la comparazione.
A nulla giovano i pieni poteri e la com¬parazione. I pieni poteri della guerra militare hanno disordinato l’amministra¬zione. I pieni poteri della guerra civile vi porteranno dentro di nuovo la paura, lo spionaggio, il favoritismo politico; non mai l’ordine, l’iniziativa, la cosciente di¬sciplina del lavoro.