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La paura della libertà

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Tipo: PDF

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ID

1_GIUS_19230610_1_0

Autore

Giacomo Matteotti

Titolo

La paura della libertà

Data di pubblicazione

10 giugno 1923

Pubblicazione

La Giustizia. Organo dei socialisti di Reggio Emilia

Pagine

1

Fonte

Biblioteca Panizzi - Reggio Emilia

Testo

I comunicati ufficiali e ufficiosi del Go¬verno vantano i risultati delle elezioni am¬ministrative. Votanti 90 per cento. Per i fascisti 100 per cento. Per gli altri partiti, più o meno antinazionali, zero.
Dei sindacati operai, non se ne parla. Tutti i lavoratori sono con noi, gridano i fascisti, tutti i contadini. I socialisti ormai non esistono più.
Per le strade d’ Italia, dove va il ditta¬tore, è l‘entusiasmo, la frenesia. Tutti sono per il fascismo e per il suo profeta. I fa¬scisti possono rompersi le costole fra di loro; ma poi sono tutti obbedienti a Mussolini.
La Camera è ridotta a una larva. Il Se¬nato è unanime per il Governo fascista. L’esercito è devoto. Il Re incantato; e quando si allontana da Roma, scambia telegrammi d’amore col Duce.
Insomma tutta l’Italia è fascista; e tanto ve n’è del fascismo, che ormai deborda dai confini e si spande fino all’estero, sulle vie note alle aquile romane.
Ma allora — scusate — in mezzo a tanti consensi, in tale unanimità, perché non restituite la libertà?
Se tutti sono contenti, se il socialismo è morto, se nessuno crede più alle poche pecore rognose ancora vaganti per l’Italia; perché tanto apparato di forze? Perché tante minacce? Perché centinaia di migliaia di mi¬liti nazionali (47 milioni di lire come prima spesa)?
Se appena due persone s’incontrano, o se appena uno apre gli occhi la mattina, non fanno che ringraziare Iddio, che ci ha data la manna fascista, unica salvezza d’Italia; perché tanti sospetti e discorsi? Perché minacciare i giornali? Perché vietare le riunioni? Perché perseguitare e bandire i socialisti?
Non è un eccesso inutile di crudeltà? Un dispendio inutile della preziosa energia fascista?
Queste le considerazioni e le domande che vengono spontanee alle labbra, quando si leggono le apologie dei giornali ufficiosi, quando si sentono gli inni dei principi e dei triari, dei consoli e dei balilla, eroicamente moltiplicati per fortuna d’Italia.
E viene un dubbio, un dubbio atroce: — che essi abbiano paura della libertà — che il consenso generale non sia che una pura apparenza, di cui essi temono la subita scomparsa, appena sia restituita a ciascun cittadino la libertà del pensiero, e la libertà di manifestarlo.
È la stessa paura che hanno avuto tutte le tirannie, tutte le dittature, tutti i governi assoluti. Ogni loro violenza ne chiamava una successiva, in una catena interminabile, in cui il coraggio fisico di bastonare, di fu¬cilare, di incarcerare, di perseguitare, signifi¬cava soltanto la paura morale di una libera parola, e della libera volontà popolare.
Invano essi protestano di temere soltanto il ritorno delle violenze bolsceviche. Il pro¬letariato, appena fuori dal periodo dei ve¬leni di guerra, comprese subito che nulla esso aveva da sperare dalla violenza e dalla dittatura, anche prima della dura esperienza delle violenze fasciste. Del resto anche i fa¬scisti dicono che ormai il popolo non crede ai cattivi pastori.
E allora? Allora non è più la paura delle violenze; è la paura della libertà! È la coscienza netta e precisa di tutto ciò che vi è di continuamente violento e illegittimo nel loro regime; è la visione della rivendi-cazione inevitabile dei diritti calpestati.
Eppure, si persuadano gli adoratori del bastone, il popolo è assai più generoso di quello, che essi non sieno. Esso comprende benissimo che la vendetta non serve a nulla se non eternare la catena delle violenze. Ma per ciò stesso richiede che cessi l’arbitrio, che si fissino per ogni cittadino i limiti del lecito e dell’illecito, che la giustizia diventi uguale per tutti.
Solo in un regime di libertà civile si possono acquetare tutte le paure. Solo la li¬bertà può garantire all’Italia la realtà di un progresso civile.